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38596Nato a Palermo nel 1940, ex mafioso. Collaboratore di giustizia e pittore.
 
Chiamato “Gasparino”, inizialmente fu meccanico, poi si dedicò alla malavita. Da giovane si occupava solo di piccoli furti, fino a quando fu arrestato nel '65 per associazione a delinquere. In carcere conobbe Totò Riina, compagno di cella per otto mesi e suo maestro nel gioco della dama. Fu lui a consigliare la lettura de “I Beati Paoli” di William Galt, romanzo cult dei mafiosi, ma anche a suggerire l'uscita dalla microcriminalità e l'ingresso nella mafia (“più facile uccidere che rubare”, sosteneva Riina), raccomandandolo a Rosario Riccobono - boss dei quartieri Partanna e Mondello - non appena uscito dal carcere.
 
Dopo una serie di arresti e scarcerazioni, nel '73 incontrò Riccobono e Riina, nel frattempo in libertà, ed entrò in Cosa Nostra attraverso i riti della “pungintina” e della “Santina bruciata” (ragazza arsa dai partigiani perché spia dei fascisti). “Le cose essenziali sono queste: se un uomo d'onore sbaglia con una donna di un uomo d'onore, con una figlia o una sorella, il padre, anche con le lacrime agli occhi, deve strangolare il figlio. Non ci deve essere mai perdono, anche se passano trenta o quarant'anni: se uno fa la spia, nel letto sicuramente non ci muore, ma viene ammazzato dalla mafia, anche se ha cento anni. È un principio e si fa di tutto per non farlo morire nel proprio letto”, spiegò Riccobono dopo il giuramento.
 
Sposatosi su suggerimento (pratica obbligatoria dei mafiosi), divenne in breve tempo il più stretto collaboratore di entrambi (di Riina anche fidato autista). Mutolo fu figura operativa, non di dialogo: omicidi, estorsioni, intimazioni, sequestri (nel '74 fu incaricato di rapire Berlusconi). Divenne poi un grosso trafficante di droga, in contatto con il singaporegno Koh Bak Kin. Un lavoro remunerativo, che gli permise di possedere in poco tempo un appartamento e di costruire una palazzina.
 
Nel 1982 fu salvato da Riina dalla mattanza dei Riccobono, ma non dall'arresto e dalla reclusione nel carcere di massima sicurezza di Sollicciano. Fu proprio tra le mura del penitenziario fiorentino che Mutolo si avvicinò all'arte. E grazie all'ergastolano Mungo, detto l'Aragonese, di cui ammirava la pittura durante l'ora d'aria. Finirono in cella insieme e per il mafioso siciliano fu l'inizio di un nuovo modo di comunicare, con colori e pennelli. In carcere conobbe anche Luciano Liggio e a sua firma dipinse alcune tele.
 
Nel 1986 venne coinvolto nel Maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e, dopo la sentenza di primo grado (dicembre '87), fu condannato a dieci anni di reclusione. Nel '91 Falcone gli propose di collaborare. “Gaspare, qua la dobbiamo finire, non lo vedi cosa stanno combinando!” Sia le pressioni del magistrato - che iniziò a vedere con fiducia e rispetto -, sia l'attentato al mafioso Giovanni Bontade, che coinvolse anche la moglie - precedente sconvolgente e non in linea con l'ideale mafioso -, sia l'arresto della consorte, spinsero Mutolo a parlare, ma a patto che ad ascoltarlo fosse il solo Falcone. Rivelazioni che però il magistrato non ascolterà mai, poiché trasferito dal ministro Martelli alla direzione del dipartimento degli Affari penali. Mutolo si ritrovò così ad affidare le proprie rivelazioni, solo all'indomani della strage di Capaci, a Borsellino, che lo interrogò per l'ultima volta due giorni prima della strage di via D'Amelio.
Durante gli interrogatori, però, si susseguirono strane telefonate, in primis quella del ministro Mancino (imputato nel 2012 per falsa testimonianza nel processo sulla Trattativa Stato-Mafia) a Borsellino, proprio durante un colloquio con Mutolo. Telefonata che fece andare su tutte le furie il magistrato, così nervoso da presentarsi davanti al pentito con una sigaretta nella sinistra e una, appena accesa, sulla bocca. “Questi sono pazzi! Ma che vogliono dire, cosa vogliono fare”, imprecava Borsellino, riferendosi al coinvolgimento di personaggi istituzionali, tra cui uomini appartenenti a Carabinieri e Servizi segreti, attivi nelle relazioni con la mafia (“dissociazione”) nel patto tra Stato e mafia.
 
Nel 1993, grazie agli sconti di pena previsti, Mutolo venne condannato dal Tribunale di Livorno a nove anni di reclusione. Tra le dichiarazioni rilasciate a Borsellino e poi a Vigna, i ruoli di Lima, Andreotti, Conti, Barreca, Mollica, D'Antoni, Signorino e Contrada.
 
Oggi è un uomo libero, pur sotto il Servizio Sociale di Protezione, e vive di pittura. 
 

Le opere di Gaspare Mutolo

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