La vita di Gaspare Mutolo
Gaspare Mutolo
Nella memoria collettiva, il nome di Gaspare Mutolo rievoca uno dei periodi più tristi della storia del nostro paese. Conosciuto anche come “Asparino” nasce a Palermo il 5 febbraio del 1940. Un’infanzia difficile che lo coinvolge nell’ambiente della microcriminalità alla quale Gaspare si dedica sin da giovanissimo. Come molti ragazzi della sua età conosce presto la cruda realtà del carcere e, nel 1965, incontra per la prima volta l’uomo che diventerà il più spietato boss della storia mafiosa siciliana, Totò Riina.
L’amicizia tra i due si consolida fra le mura dell’Ucciardone e prosegue anche fuori dal carcere, il rapporto di stima e reciproca fiducia è tale da indurre il “capo dei capi” a proporre l’affiliazione del giovane Asparino in Cosa Nostra. Inizia così la “carriera mafiosa” di Gaspare Mutolo che in breve tempo diviene un grosso trafficante di droga e si fa strada nel mondo dell’edilizia il che modifica rapidamente la sua condizione economica e di uomo di rispetto. La sua vita da allora alterna sequestri, omicidi, estorsioni ed intimidazioni nonché arresti e lunghi periodi di detenzione presso vari carceri italiani come il penitenziario di Sollicciano.
Durante la reclusione nel carcere fiorentino, Gaspare già appassionato d’arte, stringe amicizia con l’ergastolano Mungo detto l’Aragonese, con il quale divide la cella e apprende varie tecniche di pittura. Tra colori, tele e pennelli ha inizio la trasformazione già indotta dalle perplessità di sua moglie Maria Santina.
Il clima stragista di quegli anni, le vere e proprie mattanze che ne conseguono, sconvolgono il cuore della sua compagna, la quale si rifiuta di proseguire su quel sentiero ormai privo di qualsiasi onore.
Gaspare, che sin da ragazzo aveva creduto profondamente “nel codice etico del mafioso”, rivede le sue scelte e, in quanto uomo d’onore legato alle antiche regole della famiglia mafiosa, decide di dissociarsi da quello che fino ad allora era stato il suo mondo per intraprendere un percorso diverso e dare un contributo alla giustizia.
“La mafia ha tradito se stessa” afferma Mutolo “Cosa Nostra ha cambiato pelle e in quella nuova veste non mi riconoscevo, quel mondo non mi apparteneva più”
Nel 1991, in seguito all’omicidio di Giovanni Bontade, Mutolo richiede di testimoniare all’unica figura istituzionale che stima e di cui si fida: il magistrato palermitano Giovanni Falcone.
Le sue rivelazioni offrono alle indagini una chiave di lettura della dinamiche interne di Cosa Nostra e gettano luce sulle relazioni occulte tra mafia e pezzi dello stato.
Successivamente, l’incontro con il direttore del giornale antimafia Duemila Giorgio Bongiovanni, costituisce un passaggio determinante verso una maggiore consapevolezza e la trasformazione interiore. Il percorso artistico di Mutolo riflette i vari momenti della sua vita, la detenzione, l’introspezione, la liberazione dalla condizione di mafioso e la riscoperta di valori umani e spirituali.
“Ogni giorno mi siedo davanti al cavalletto dove trascorro gran parte della mia giornata e dipingo. Ormai vivo per la pittura…. mi da la forza di andare avanti.”
La mano ferma, lo sguardo attento ai particolari, l’incontenibile bisogno di trasferire i ricordi di una vita sulla tela bianca, e, lentamente, tratti indistinti prendono forma e vita per trasformarsi in estrose composizioni floreali, figure simboliche e incantevoli paesaggi. I tetti rossi delle casette di Mondello, i colori sgargianti del sottobosco in autunno, le distese di papaveri rossi che si frappongono all’azzurro intenso del mare che circonda Monte Pellegrino, sono i temi ricorrenti dei suoi quadri, come le colombe bianche che solcano i cieli limpidi della sua Sicilia, quella terra piena di contraddizioni che ama profondamente e costituisce il legame con un passato ancora vivo e ben visibile nei toni caldi e vivaci dei suoi paesaggi.
La storia incontra l’anima del pittore, lui ne coglie l’essenza e la trasferisce sulla tela lasciando che sia l’istinto a guidare la sua mano, a creare le forme, a stabilire le dimensioni. Una storia dove passato e presente si fondono e prendono strane sembianze, figure emblematiche, talvolta ambigue che inducono a riflettere per poterne cogliere il significato simbolico.
“Ho praticato il male perché non avevo mai conosciuto veramente il bene. Ora ho consapevolezza dell’uno e dell’altro e ho rinunciato definitivamente al mal, voglio vivere per il bene”. Non sono solo parole quelle pronunciate da Gaspare Mutolo, la singolare vita di quest’uomo è di fatto una testimonianza, la dimostrazione che un cambiamento è possibile. Il contesto in cui si nasce e si cresce determina spesso le scelte di un uomo, ma è altresì vero che le opportunità di rivederle ci vengono offerte continuamente, per farlo sono necessari consapevolezza, coraggio, perseveranza e determinazione, qualità che a Gaspare Mutolo non sono mancate in questi trent’anni di leale collaborazione nella lotta alla mafia.
Maria Santamaria

